In memoria di Emanuele Severino

di Carmelo Vigna


Lo scorso 17 gennaio Emanuele Severino ci ha lasciati. Avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 26 febbraio. Se ne è andato così uno dei pensatori più potenti della contemporaneità. E forse quello più terribile. A imitazione di quel Parmenide, “padre venerando e terribile” (Platone), cui Severino volentieri si riferiva quanto al senso dell’essere. Sino a includere nella cifra dell’ “essere che non può non essere” anche l’essere delle cose del mondo. Parmenide oltre Parmenide.

Severino, dopo il 1963, cioè dopo la pubblicazione sulla “Rivista di Filosofia neo-scolastica” del suo invito a “Ritornare a Parmenide”, non è mai arretrato d’un passo, nonostante le critiche piovute da ogni parte (numerose e autorevoli – basti pensare a quelle del suo Maestro, Gustavo Bontadini). Anzi, egli ha poi sviluppato, mano a mano, una vera e propria decostruzione sistematica del sapere dell’Occidente (dalla metafisica alla tecnica e alla religione), tacciandolo di follia. Follia persino la morale dell’Occidente. E pensare che, vincitore di un concorso di Filosofia morale, ma chiamato come professore ordinario di Filosofia presso la Facoltà di Magistero presso l’Università Cattolica di Milano, il giovane Severino venne inizialmente incaricato di tenere (pure) il corso di Filosofia morale per la Facoltà di Lettere e Filosofia nella medesima Università. Poi l’emigrazione a Venezia Ca’ Foscari negli anni settanta, dopo lo scontro con la Chiesa Cattolica. Poi la notorietà mediatica.

Una parabola indubbiamente unitaria, quella del suo neoparmenidismo, che ha destato un certo interesse presso il largo pubblico, ma che ha lasciato molto perplessi non pochi “addetti ai lavori”. I quali, comunque, hanno sempre onorato in Severino la grandezza del pensatore di genio. Che costringe al confronto.

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