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Sulla pragmatica comunicativa e sulla relazione intersoggettiva

Partiamo da qua: dall’impossibilità di non comunicare. Non si può non comunicare. Ogni comportamento è comunicazione. Questo è il primo assioma dello studio condotto da Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson sulla Pragmatica della comunicazione umana.

La comunicazione, si dice più in particolare, può avvenire sia in maniera verbale sia in maniera non verbale. Si comunica sempre, praticamente. Anzi, la pratica del comportamento umano è essenzialmente comunicativa. È una prassi comunicativa. L’uomo, cioè, non sta al mondo senza che il suo stare sia un comportarsi e senza che tale comportarsi sia un comunicare.

Ora, perché ci sia comunicazione c’è bisogno che questa avvenga all’interno di un orizzonte intersoggettivo. Se si pensa alla situazione in cui una sola soggettività esiste e, per continuare l’ipotesi, a questa isolata soggettività viene poi ‘richiesto’ di comunicare, ci si trova immediatamente di fronte ad un problema inaggirabile. Questo: come può comunicare, la soggettività, se essa soltanto è soggettività, mentre tutto intorno non esiste altro che sorda oggettualità? Perché qualcuno comunichi è necessario che esista qualcuno cui la comunicazione possa essere rivolta.

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