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La realtà della finzione. Confliggere per il realismo nella società dello spettacolo

“A opporsi al sistema in questione è l’attenzione alla realtà”
Sono preso in un ingranaggio [machine]. Il male è una specie di meccanismo [machine]. E di questo fa parte il compiacersi del proprio soffrire; già, perché non sai nemmeno soffrire. Anche la nozione di castigo si corrompe. Non esiste penitenza, perché quel particolare soffrire è consolazione. Non si ha bisogno di sofferenza, ma di verità; e la verità sarebbe una specie di sofferenza nuova e inimmaginabile [one can’t even imagine now]. Era questo che intendevo quando ti ho parlato di farla finita col bere. Se riuscissi a vedermi nella mia realtà con distacco assoluto e assoluta veridicità [truthfulness], pur persistendo nella medesima condotta, sarei infinitamente migliore. Ma non ci riesco.

Con questa drammatica confessione, Otto Narraway sta chiedendo un aiuto a suo fratello Edmund, tornato dopo alcuni anni nella casa di famiglia in occasione dei funerali per la morte della madre. Tutto ciò accade all’inizio, o quasi, del romanzo La ragazza italiana (The Italian Girl), pubblicato nel 1964 dalla filosofa inglese Iris Murdoch. Si tratta del suo ottavo romanzo, ne scriverà altri diciotto e anche questi, come La ragazza italiana, non saranno senza rapporto con la sua ricerca teorica, una ricerca dedicata innanzitutto ai problemi della ragion pratica e dell’etica. Nella citazione precedente, così carica di filosofia, emergono due dei temi centrali del suo pensiero morale, due temi che possono rivestire un grande interesse anche per noi oggi.

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